Il Tesoro di Napoli

Paolo Jorio, direttore del Museo del Tesoro di San Gennaro, ci guida in un viaggio nel tempo grazie alla collezione di incredibili capolavori donati dai devoti. In 700 anni si è formato un tesoro costituito da gioielli, dipinti, sculture, statue, arredi in argento e tessuti.

Capolavori unici da ammirare solo nel museo

Invenzione, devozione popolare, religiosità, spettacolarità: tutto questo e altro racchiude l’esposizione del Museo del Tesoro di San Gennaro, in un percorso di capolavori lungo sette secoli che oggi è possibile ammirare intatto grazie all’opera meritoria della Deputazione.

Il Reliquiario per il sangue di San Gennaro

Il re Roberto d’Angiò circa 700 anni fa volle che le ampolle con il sangue fossero incastonate in un apposito Reliquiario, una teca preziosa costruita in argento dorato, da esibire durante le esposizioni al pubblico. In età barocca fu realizzata la base con corona che ospita al centro uno degli smeraldi più grandi al mondo. Questo preziosissimo reliquiario esposto nel Museo del Tesoro di San Gennaro  è utilizzato ancora oggi durante le processioni: le ampolle con il sangue infatti trovano alloggio nel foro in alto e sono tenute ferme da una baionetta.

La collana del tesoro di San Gennaro

La Collana del Tesoro di San Gennaro realizzata dal 1679 al 1929 rappresenta la storia di 250 anni d’Europa, il risultato della devozione di Re e Regine, nobili e gente comune.

Nel 1679 la Deputazione della Real Cappella del Tesoro di San Gennaro diede l’incarico all’orafo napoletano  Michele Dato di realizzare un ornamento per il Busto di San Gennaro, costituito da 13 grosse maglie d’oro con diamanti, smeraldi e rubini, donate dalla Deputazione. Una volta realizzata la collana, la Deputazione ritenne che fosse poco preziosa per il busto e così in epoche successive si è arricchita,  aggiungendo altri preziosi donati da re e regine passati per Napoli o che abbiano regnato sulla città.

Tra questi la Regina Maria Amalia di Sassonia, Carlo III di Borbone, la Regina Maria Carolina d’Asburgo, Francesco I d’Austria, Giuseppe Bonaparte, Maria Cristina di Savoia, Vittorio Emanuele II di Savoia hanno così trasformato la Collana originaria in un trionfo di ori, diamanti, smeraldi, rubini, zaffiri e altre pietre preziose

Ma anche una popolana, per ringraziare di essere scampata alla peste, offrì a San Gennaro il patrimonio più grande che avesse: due semplici orecchini, tramandati dalla bisnonna che sarebbero poi stati lasciati in eredità alle sue figlie. La Deputazione, ritenendolo un gesto nobilissimo, fece inserire i due orecchini nella parte superiore della Collana.

Nell’anno 1929 Maria José del Belgio, moglie di Umberto II di Savoia, decise di visitare la Cappella del Santo: ma si presentò senza alcun omaggio. Era tradizione consolidata tra i potenti europei, infatti, offrire un dono al Santo Patrono quando si recavano in visita. Dopo qualche attimo di imbarazzo. Maria Josè si sfilò dal dito un anello d’oro con diamante e lo donò alla Deputazione, che in seguito decise di inserirlo al centro del Collare. Proprio tra i due orecchini della popolana.

 

La Mitra gemmata di San Gennaro

Si tratta di uno degli oggetti più preziosi al mondo: 3964 pietre preziose, 198 smeraldi, 168 rubini, 3.328 diamanti, il tutto per 18 kg di peso.
La Deputazione del Tesoro di San Gennaro commissionò la realizzazione della Mitra a Matteo Treglia, orafo del famigerato borgo napoletano, che, insieme ad altri 50 colleghi, completò il lavoro in un solo anno. Il risultato fu sorprendente: un vero e proprio ricamo orafo ottenuto grazie ad una tecnica di incastonatura e un innovativo taglio delle pietre preziose.

Furono utilizzate solo tre tipologie di pietre: gli smeraldi, che alludono alla conoscenza; i rubini, che simboleggiano il sangue di San Gennaro; i diamanti che, essendo le pietre più dure, rappresentano la fede.

Questa straordinaria opera d’arte è dotata anche di una grande meccanica: possiede ammortizzatori interni che assorbono i colpi dovuti al trasporto durante le processioni pubbliche, fino al 1931.

La collana di perle, oro e gemme

Le gioie sono state tutte donate dalla Famiglia Spera e poi assemblate dalla Deputazione per realizzare nel 1706 la collana di perle, oro, argento e pietre preziose che adorna il busto di San Gennaro durante la processione.

Collana di perle e oro

La Collana di perle oro, argento, pietre preziose donate dalla famiglia Spera e realizzata nel 1706

Le dieci meraviglie

Croce d’argento e corallo di Sciacca

Croce d’altare d’argento fuso e cesellato, corallo con elementi in filigrana, 1707. Donata dalla Famiglia Spera

Particolare croce d’argento e corallo di Sciacca

Particolare, Croce d’argento e corallo del Mediterraneo.

Prima di arrivare alle sale delle dieci Meraviglie del Tesoro di San Gennaro (che si possono ammirare solo all’interno del Museo) c’è la Croce d’argento e raro corallo del Mediterraneo del 1706. Il Cristo raffigurato è di una bellezza unica, si vedono le vene nello spasmo, nel dolore, nella morte. Ha un valore inestimabile perché è l’unico esemplare di questo tipo che non sia andato perduto.

Papi, Re e Regine non hanno badato a spese per omaggiare degnamente  il Santo. Una sala del Museo del Tesoro di San Gennaro accoglie i doni dei sovrani, importanti e preziosi. Entrare nel Museo significa soprattutto ascoltare le storie di ogni gioiello e restare a bocca aperta davanti al loro splendore. Ecco solo qualche esempio.

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Il dono di Ferdinando IV di BorboneIl Calice d’oro, con diamanti, zaffiri e rubini donato nel 1761 da re Ferdinando IV di Borbone
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La più importante collezione al mondo di argenti

Nelle botteghe del Seicento e del Settecento l’arte veniva tramandata di padre in figlio e spesso non bastavano anni e anni di apprendistato per diventare “maestri” e venivano prodotte  il 70% delle opere d’argento vendute in Europa e tutto questo grazie alla grande intuizione di re Carlo II d’Angiò che nel 1305 donò a Napoli il Busto di San Gennaro – la cui realizzazione fu affidata a degli orafi provenzali, ma con l’impegno che avrebbero dato nuova vita all’arte orafa napoletana.

L’apporto di questi maestri provenzali determinò una vera svolta nell’arte orafa non solo napoletana e meridionale, ma europea. A Napoli crebbero le botteghe artigiane e la loro produzione si rivelò di altissimo livello, a tal punto che nel 1347 la regina di Napoli Giovanna I d’Angiò concesse ai maestri artigiani argentieri e orafi di eleggere pro-tempore quattro maestri artigiani che avevano  la possibilità di convocare in assemblea gli iscritti alla Corporazione degli Orefici.

Nacque la prima corporazione mondiale di orafi a Napoli, il Borgo degli Orefici con un proprio statuto per garantire la qualità del lavoro e dei metalli utilizzati.

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Piatto in argento di GuarinielloSplendido Piatto di Biagio Guariniello del 1698 in argento dorato sbalzato e cesellato
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Le statue d’argento

Fra tutte le opere d’argento, acquistano un significato particolare le statue o busti d’argento dei santi compatroni, che racchiudono, con i loro patronati, la storia religiosa dell’arcidiocesi di Napoli.

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Statua di San MicheleLa statua d’argento ad altezza uomo del San Michele Arcangelo è un esempio straordinario di sintesi tra pittura, scultura e arte argentaria. Realizzata nel 1691
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I busti

I 54 busti e tutte le altre opere d’argento costituiscono una irripetibile testimonianza attraverso i loro prestigiosi autori, della storia dell’arte orafa e argentiera napoletana.  

Tra il Seicento e il Settecento, infatti, nel cuore di Napoli si contavano infatti circa 350 laboratori: maestranze organizzate in squadre eseguivano una parte specifica di ogni lavoro, che poi veniva assemblato. Così l’artista realizzava il bozzetto, lo scultore creava il calco, mentre l’orafo si occupava della lavorazione dei metalli.

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Cerimonia del miracolo di Maggio Sfilata dei busti d'argento sistemati al di fuori della Cappella del Tesoro di San Gennaro prima di essere portati a spalla nella processione di maggio sino alla Chiesa di Santa Chiara
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Le Sacrestie

Salendo una piccola e intrigante scala, il percorso museale conduce in un luogo che lascia senza parole: le Sacrestie della Cappella del Tesoro, la Cappella dell’Immacolata, l’Antisacrestia e la Sacrestia del Luca Giordano, mai aperte al pubblico per quattro secoli e ora incluse nell’itinerario museale.

La Cappella dell’Immacolata

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La Cappella dell’Immacolata, in tutta l’estrosità del barocco, ricca di marmi pregiati e di stucchi affrescata a partire dal 1663 da Luca Giordano, ma il grande pittore napoletano non portò a termine il lavoro, poi completato da Giacomo Farelli, uno dei suoi migliori allievi, il quale pose la propria firma sull’immagine centrale dell’Immacolata Concezione.

Il ciclo di affreschi si snoda in una serie di spazi delineati da una delle più straordinarie decorazioni a stucco realizzate a Napoli nel corso del Seicento. I costoloni delle volte sono formati da file di putti, dalle chiome gonfie e inanellate, che si dispongono frontalmente mostrando corpi pieni e torniti, veri capolavori dei decoratori Andrea Falcone e Giovan Battista D’Adamo. Sull’altare vi è il bellissimo dipinto olio su rame di Massimo Stanzione la Guarigione dell’ossessa.

L’antisacrestia

L’ antisacrestia dove risaltano gli affreschi sulla volta dei pittori Francesco e Nicola Rossi, realizzati nel 1744 con una tecnica molto vicina a quella dei cosiddetti quadraturisti napoletani. In questo suggestivo ambiente è incastonato lo splendido lavamano in marmo realizzato nel 1615 da Francesco Valentino e successivamente arricchito da una coppia di delfini disegnati dallo scultore Dionisio Lazzari. I dipinti sulle pareti furono realizzati dal pittore pugliese Vincenzo Fato nel 1742 e rappresentano L’idropico, la Resurrezione di Lazzaro, il Cieco nato e la Cananea.

Antisagrestia Museo del Tesoro di San Gennaro

Antisagrestia Museo del Tesoro di San Gennaro

La Sacrestia del Luca Giordano

Questa sacrestia è interamente rivestita da armadi in legno disegnati dallo stesso Lazzari e realizzati per la custodia del Tesoro e degli apparati liturgici. La rara ed elegante decorazione della volta di colore bianco con i sinuosi talamoni in stucco è opera dello scultore Andrea Falcone [1668] e culminano al centro del soffitto della sacrestia con un affresco di Luca Giordano del 1668 raffigurante San Gennaro in cui spicca la firma, rara, dello stesso autore: Jordano F. [Jordano Fecit].

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Le sagrestie
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Biglietteria del museo aperta fino a 30 minuti prima della chiusura

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Il museo è CHIUSO. Prossima apertura domani alle 09:00 fino alle 16:30. Ultimo ingresso alle 16:00

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